Il sale su Cartagine non c'è nelle fonti antiche: da dove nasce la leggenda
Roma Senza Miti ·
Ti hanno raccontato che dopo la caduta di Cartagine i soldati di Scipione cosparsero di sale i campi intorno alla città, perché non crescesse più niente e nessuno ci vivesse mai più. È una scena perfetta: le case bruciate, la terra bianca, il silenzio. Ma non esiste una sola riga antica che la racconti.
Cosa dicono le fonti antiche
Polibio quel giorno era lì, accanto a Scipione, ma del suo racconto della caduta ci restano solo frammenti. Appiano descrive la fine di Cartagine passo dopo passo. Di Livio ci è arrivato soltanto il riassunto dei libri. Nessuno di loro parla di sale. Lo studioso australiano Ronald Ridley, nel 1986, ha passato in rassegna le fonti una per una in un articolo dal titolo volutamente ironico, "To Be Taken with a Pinch of Salt", pubblicato su Classical Philology: la sua conclusione è che il sale su Cartagine è un'invenzione moderna.
Come si arriva alla guerra
Nel 149 a.C. Cartagine è una città senza esercito: ha perso la guerra contro Annibale, paga un'enorme indennità e ai suoi confini il re numida Massinissa si allarga ogni anno con il favore di Roma. Roma non dichiara guerra: chiede. Prima trecento bambini delle famiglie più nobili, come ostaggi. Poi le armi, e Cartagine le consegna. Quando ha le mani vuote arriva la terza richiesta: il console Censorino ordina di lasciare la città, che sarà rasa al suolo, e di andare altrove, purché a una quindicina di chilometri dal mare. Una città di mercanti, senza il mare. Cartagine decide di non andare.
L'assedio, e i sei giorni e sei notti
L'assedio dura anni, e per due Roma non riesce a entrare. A cambiare le cose è Scipione Emiliano, eletto console nel 147: non cerca la battaglia, cerca la fame, e costruisce un molo per chiudere l'ingresso del porto. Nella primavera del 146 Roma entra. Il combattimento dura sei giorni e sei notti, un quartiere dopo l'altro; le case, alte fino a sei piani, vengono incendiate e crollano a catena. Al settimo giorno arrivano dei supplici con rami sacri: Scipione concede la vita e, secondo Appiano, circa cinquantamila persone escono da una porta sotto scorta romana. È molto più duro della leggenda, ed è documentato.
Il pianto di Scipione
C'è una scena che nessun autore antico poteva inventare con tanta calma. Lo racconta Polibio, che era accanto a lui: davanti alla città in fiamme Scipione resta a lungo in silenzio, poi cita Omero e dice di avere il presagio che un giorno la stessa sorte toccherà alla sua patria. Il vincitore piange, perché capisce che nessun impero dura.
Cosa decide il Senato
Dopo la caduta una commissione di dieci senatori arriva da Roma e mette per iscritto cosa ne sarà di Cartagine. Appiano lo riassume così: la città va cancellata, e chi provi a ricostruire certe zone della città sarà colpito da una maledizione. Il territorio delle città alleate passa ai Romani, Utica riceve le terre di Cartagine, e il resto diventa una provincia, l'Africa, con un pretore e un tributo da pagare. In questo decreto non c'è una parola sul sale. E nessuno assegna campi a una città alleata, né organizza un tributo, sapendo di aver reso sterile la terra.
Da dove viene il sale
Per spiegarlo ci vuole un'altra città, in un altro libro. Nel libro dei Giudici (capitolo 9) Abimelech prende la città di Sichem, la distrugge e la cosparge di sale. Quando un autore moderno cerca un'immagine per dire "una città distrutta per sempre", gli viene in mente questa. Il sale su Cartagine compare per la prima volta, per quanto si conosca, nel 1858, nella voce "Carthage" della New American Cyclopaedia di Ripley e Dana. Nel 1863 la riprende lo storico americano John Lord; nel 1930 la Cambridge Ancient History la ripete nel capitolo sulla caduta di Cartagine, e da lì entra nei manuali, nei documentari e nei film. La leggenda ha quindi meno di duecento anni.
E "Carthago delenda est"?
Anche la frase più famosa ha un problema. Plinio scrive che Catone gridava in Senato che Cartagine doveva essere distrutta, senza citarlo parola per parola. Plutarco ne dà una versione in greco. Floro e Aurelio Vittore la riportano come discorso indiretto. La formula latina perfetta, secondo gli studiosi, è una costruzione moderna. Il fatto resta: a Roma c'era un partito che voleva la fine di Cartagine.
Cartagine tornò
Il secondo pezzo del mito dice: dopo Cartagine, il nulla. Non è così. Nel 123 a.C. Gaio Gracco propone di mandare seimila coloni in Africa; il progetto, racconta Appiano, si ferma dopo un episodio superstizioso. Giulio Cesare vuole ripopolare la città e il progetto passa ad Augusto, che fonda la nuova Cartagine molto vicina al sito antico. Gli scavi raccontano una storia in parte diversa dal testo: gli ingegneri di Augusto livellarono la cima della collina della Birsa per costruire una grande piattaforma, e sotto sono state trovate le fondazioni di case puniche a più piani. Nel giro di una generazione Cartagine è di nuovo una città, e diventerà una delle principali dell'Africa romana.
In sintesi
Una città senz'armi a cui Roma chiede ostaggi, poi armi, poi di sparire. Un assedio lungo, una settimana di combattimento, circa cinquantamila persone che escono da una porta. Un decreto con una maledizione e nessun sale. Poi, un secolo dopo, una colonia romana sopra le case puniche. Il sale lo ha aggiunto un'enciclopedia nel 1858. Le fonti antiche raccontano qualcosa di più duro e di più umano.
Le fonti
- Polibio (testimone oculare, frammenti)
- Appiano, Storia romana, libro "Libyca"
- Livio, Periochae
- Plinio il Vecchio
- Plutarco
- Floro
- Aurelio Vittore
- Libro dei Giudici, 9
- R. T. Ridley, "To Be Taken with a Pinch of Salt: The Destruction of Carthage", Classical Philology 81 (1986)
- New American Cyclopaedia (Ripley e Dana), voce "Carthage", 1858
- Cambridge Ancient History, vol. VIII (1930)
Questo articolo riprende il video del canale: le citazioni sono riassunte dalle fonti antiche indicate qui sopra.